Di Edvard Cucek
Come sappiamo ormai da qualche settimana la procura di Milano indaga sui “Sarajevo Safari”, fatti agghiaccianti. Una vicenda abominevole ed un fascicolo aperto dall’ufficio inquirente guidato da Marcello Viola, motivato dalle rivelazioni del documentario dello sloveno Miran Zupanič di tre anni fa, intitolato “Sarajevo Safari”, e dalle ricerche del giornalista e scrittore milanese Ezio Gavazzeni, che ha cominciato a indagare sulla vicenda.
Dopo la presentazione del documentario anche l’ex sindaca di Sarajevo Benjamina Karić (anche lei citata da Gavazzeni) ha presentato un esposto alla procura di Sarajevo, ma senza grandi progressi. Almeno quelli di nostra conoscenza.
Dal 1992, inizio dell’assedio di Sarajevo dalle forze militari serbo bosniache, fino alla fine del 1995 verso la capitale bosniaca si viaggiava dai paesi occidentali per fare dei “safari”. I ricchi occidentali praticavano questa specie di “turismo”. Questi uomini, se possiamo considerarli tali, sparavano a bambini, donne, uomini, simili a quelli lasciati nelle proprie case. É quanto si legge nel documento presentato alla procura di Milano da Gavazzeni. La fonte principale è un agente dei servizi di sicurezza bosniaci di nome Edin Subašić.
La testimonianza nasce dai dati raccolti da un giovane mercenario della Serbia catturato durante il saccheggio nelle zone periferiche della capitale bosniaca. Un combattente a pagamento che per venire a Sarajevo (la parte controllata dai serbo bosniaci) da Belgrado ha viaggiato con cinque occidentali muniti di fucili da caccia modernissimi. Di loro cinque i tre parlavano italiano. Uno di questi, sempre secondo l’esposto, era di Trieste. Nel capoluogo regionale si trovava una delle basi di partenza per cecchini che poi venivano trasportati a Sarajevo dove si aggregavano ai militari e alle guide dell’esercito serbo-bosniaco. Il tutto dietro pagamento di somme definite esorbitanti per l’epoca e transizioni economiche motivate finti viaggi umanitari. La testimonianza nell’esposto parla dei residenti di Torino, Milano e di Trieste.
Gavazzeni riporta il testo di una lettera di Edin Subašić, ex ufficiale dell’intelligence militare bosniaca: “Lei ha descritto bene il profilo del “cacciatore/cecchino”: un cacciatore appassionato che ha già provato tutti i tipi di safari classici legali e poi per il bisogno di adrenalina cerca anche una testa umana come trofeo; una persona che ama le armi ed è allo stesso tempo un tipo psicopatico; un ex soldato che non riesce a fermarsi dopo essere stato su alcuni campi di battaglia. In ogni caso – riporta Subašić – sono tutti appartenenti alla cerchia di persone ricche e probabilmente influenti nelle loro comunità. Hanno le risorse legali per proteggersi da un’eventuale indagine, e anche l’influenza politica per ostacolarla . Il livello di rischio che l’operazione venga scoperta e che gli attori vengano perseguiti è ridotto al minimo da una buona organizzazione“; scrive il TGR del Friuli Venezia Giulia.
Ogni persona con un minimo di sentimenti umani continua a porsi delle domande sul fatto che sono passati 30 lunghi anni dalla mobilitazione che vediamo in questi giorni. Le risposte in parte le ha date l’ex ufficiale Subašić.
Troppo potere politico e altro coinvolto?
I Servizi per le informazioni e la sicurezza militare (SISMI), ancora nel 1993, sono stati informati da un ufficiale e loro collega dell’esercito bosniaco AR BiH, Mustafa Hajrulahović detto “Talijan” della presenza dei loro connazionali nei gruppi dei “cecchini e cacciatori del fine settimana”. Anche se all’epoca ha ricevuto le risposte rassicuranti dai colleghi italiani, che il gruppo e la loro logistica sono stati “neutralizzati” già all’inizio dell’anno successivo restano mille dubbi. Perché senza un seguito giudiziario? Oggi risulta che le cose siano andate diversamente. I turisti cecchini hanno continuato a sparare sui civili inermi assediati nella Sarajevo sotto gli occhi di intero mondo. Agli esseri umani affamati, senza corrente elettrica, senza riscaldamento, impauriti, traumatizzati…
Ma è possibile?
Non è bastata nemmeno la testimonianza del 2007 di un marine americano davanti al Tribunale internazionale di Aja, John Jordan, nella quale si parlava abbastanza chiaramente della presenza di “cecchini turisti” abitualmente ospitati nelle postazioni dalle quali i cecchini dell’esercito serbo bosniaco uccidevano i civili sarajevesi. Oltre a quanto accaduto sulle colline intorno a Sarajevo lentamente escono le testimonianze della Mostar accerchiata. Si sta aprendo un altro capitolo sull’ “uomo” capace di essere la creatura più spietata nell’universo.
Ci restano tante domande e poche risposte. Ma fare chiarezza è comunque importante, soprattutto per capire quante erano le persone coinvolte (forse oltre cento) e se gli eventuali colpevoli negli anni hanno proseguito la “caccia” anche altrove.
Sarajevo, monumento ai caduti – Immagine di Alessandro Graziadei

