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Povera Ucraina, tavolo da gioco dei bulli mondiali

Di Raffaele Crocco

Al di là della tragedia, lunga ormai 1.372 giorni e al di là dell’orrore, del dolore, quello che ci rimane di questa lunga e per molti versi inutile guerra in Ucraina è lo sgomento legato alla nostra vigliaccheria. Un milione di vite umane sono state in qualche modo spezzate, morte, ferite e mutilate in questo tritacarne avviato dall’invasione russa del 24 febbraio 2022. Noi lo abbiamo alimentato con la retorica della vittoria, del nemico alle porte e delle armi. E ora, siamo pronti a dire sì ad un “progetto di Pace” che costruirà solo ragioni per guerre future.

Questa guerra – insisto nel dirlo – si doveva e poteva evitare sin dal 2014. Ora, nel progetto di Trump per far tacere le armi, di “pace” c’è n’è davvero poca. Nel cuore del testo c’è un’idea semplice e terribile: si fermano le armi facendo certificare per iscritto all’aggredito e al Mondo che l’aggressore ha vinto.

Facciamo di nuovo il riassunto: il documento statunitense – 28 punti nella versione iniziale, poi ridotti pare a 19 per le proteste europee – prevede che Kyiv ceda altro territorio oltre a quello già occupato, accetti limiti pesanti al proprio esercito e rinunci, di fatto, al percorso verso la Nato. In poche parole, è una “pace” che si fonda sul ricatto: o firmi o ti lasciamo solo di fronte al nemico.

L’Unione Europea questo lo ha capito, almeno a parole. La Commissaria Ursula von der Leyen ha messo in guardia contro lo smembramento di un Paese sovrano deciso dai negoziati diretti tra Washington e Mosca. Ha ricordato che i confini non si cambiano con la forza. Peccato che non abbia anche ricordato che è quanto meno insolito che un negoziato avvenga in assenza del Paese aggredito, ma fra la potenza teoricamente “tutrice”, gli Stati Uniti e quella che ha aggredito, la Russia. Una circostanza che crea un precedente interessante: gli stati sovrani, se piccoli e medi, di fatto non esisteranno più. Si trasformeranno in “vassalli” delle potenze imperiali dominanti, senza più alcuna legittimità internazionale.

Un orizzonte da brividi questo, ma assolutamente reale. Non a caso, altri leader, da Merz a Kallas, ripetono che una pace costruita sacrificando l’Ucraina al tavolo dei grandi sarebbe un precedente fatale per l’Europa stessa. Eppure, mentre criticano, continuano a muoversi con prudenza, più preoccupati di non irritare Trump, che di fissare linee rosse invalicabili.

Il presidente ucraino Zelensky tutto questo lo ha capito fin troppo bene. Lui è davvero nei guai, brutti. È stretto tra il bisogno vitale di fermare la guerra e la consapevolezza che firmare una resa mascherata significa condannare il proprio Paese e tradire chi ha lottato per tre anni e mezzo. Così, pubblicamente ringrazia Washington per gli aiuti, parla di “pace giusta e duratura”, ma intanto cerca di mettere dei paletti: niente rinuncia alla sovranità, niente accordi che lascino l’Ucraina disarmata e vulnerabile. La questione, però, è che quello che gli propone Trump è altro. Soprattutto, quello che il presidente degli Stati Uniti gli chiede è di accettare una realtà terribile per lui e per il resto del Pianeta: che il diritto internazionale, ormai, è carta straccia e che nel nuovo Mondo che si sta costruendo, a vincere è chi ha più missili da lanciare e uomini da gettare nel tritacarne della guerra.

Inevitabilmente, per il presidente russo Putin, il piano statunitense è “l’unico piano sostanziale” e chiarisce che Mosca non farà concessioni significative. Tradotto: abbiamo invaso, bombardato, deportato, ma al momento di chiudere la partita sarete voi, ucraini, a cedere territorio, sicurezza, futuro.

Ecco il punto, ci ritorno, è proprio questo: l’accordo non contiene gli elementi minimi di una pace duratura. Una pace vera nasce dal riconoscimento della vittima e delle responsabilità reciproche, dalla ricostruzione di una sicurezza condivisa, dalla certezza che l’aggressione non sia premiata. In questa guerra, tutto va al contrario: l’Ucraina è costretta a dichiararsi perdente, a rinunciare a pezzi di territorio, ad accettare limiti alla propria sovranità, a vivere in una zona grigia dove il prossimo ricatto russo sarà solo questione di tempo.

È la prova di come da sempre, da subito, l’Ucraina sia stata solo il tavolo da gioco, attorno a cui le potenze grandi e medie del Pianeta si sono misurate. Una “guerra delle vanità” giocata da bulli. In più c’è il messaggio al resto del Mondo. Se questo testo diventasse l’accordo finale, si aprirebbe una stagione mondiale con una sola regola: il più forte, l’aggressore, vince. Basterà avere un esercito abbastanza grande, un arsenale nucleare abbastanza minaccioso, una rete di amici abbastanza cinici, per ottenere alla fine un premio territoriale, economico, politico. È l’architettura mondiale del secondo dopoguerra che salta e certamente non in meglio: le convenzioni, le Nazioni Unite, perfino la memoria del “mai più” diventano carta straccia.

L’Europa, in questa partita, non può limitarsi a ritoccare qualche comma del piano americano. Deve dirlo chiaramente: una pace che certifica la vittoria dell’invasore non è pace, è una tregua armata che prepara la prossima guerra e che uccide il diritto internazionale e umanitario. Un diritto, questo, sempre più pallido e fragile, come dimostra ampiamente ciò che accade a Gaza. Se oggi accettiamo che l’Ucraina venga “aggiustata” per far tornare i conti fra Washington e Mosca, domani nessun confine sarà più davvero sicuro. E ci ritroveremo a chiamare “pace” il silenzio breve che ci separa una guerra dalla successiva.

Immagine da Unsplash.com

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