di Emanuele Giordana
Combattimenti raddoppiati in luoghi del confine, richiamo degli ambasciatori, evacuazione dei residenti e sigilli alla frontiera ma, soprattutto – da giovedi mattina e nuovamente oggi -, uno scambio a fuoco con armi pesanti: caccia F-16 dalla Thailandia, mortai lanciamissili dalla Cambogia. Almeno 14 civili uccisi e diverse decine di 30 feriti in Thailandia che ha evacuato dal confine migliaia persone. Non si sa quante per ora siano le vittime in Cambogia e gli sfollati. Come l’ennesimo scontro sia iniziato non è chiaro: le accuse sono reciproche e sono state precedute dal ferimento di diversi soldati thai saltati su mine (almeno uno di loro ha perso una gamba) che Phnom Penh dice risalgono al passato. Chi ha iniziato per primo ieri a Prasat Ta Muen Thom conta relativamente. I Thai mostrano i muscoli e oggi il premier ad interim Phumtham Wechayacha ha usato la parola “guerra” e il rischio di scivolarci dento . Anche i Cambogiani fanno il muso duro, pur se militarmente inferiori.
Il teatro del secondo giorno di quella che rischia di diventare una “guerra delle sacre pietre” (si svolge attorno ad antichi siti archeologici), è la frontiera tra i due regni del Sudest asiatico che, a partire dal 2008, si sono scontrati su rivendicazioni territoriali di qualche chilometro e di qualche sacra rovina. Poi, il 28 maggio scorso a Chong Bok, al confine tra Thailandia, Cambogia e Laos, l’ennesima scintilla con scambio di accuse, un soldato cambogiano morto, evacuazione di civili, toni accesi nei due Paesi e una crisi che sembrava per altro irrisolta. E che era costata il premierato a Paetongtarn Shinawatra, la prima ministra tailandese che, al telefono con l’ex premier cambogiano Hun Sen, lo aveva chiamato “zio” e aveva criticato il generale Boonsin Padklang, a capo della Seconda Regione Militare che copre principalmente le province nord-orientali tra cui le aree contese di Ubon Ratchathani (dove è scoppiato l’incidente di maggio), Sisaket, Buri Ram e Surin. Già mercoledi Boonsin aveva ordinato la chiusura di quattro posti di blocco di frontiera ed è tra l’altro singolare che proprio lui, mentre il premier (ad interim) Phumtham Wechayacha – che oggi ha cambiato toni – si limitava giovedi a parlare di situazione “delicata” (e la premier sospesa condannava solo dopo mezza giornata), abbia rivendicato il diritto thai all’autodifesa, dichiarazione che spetterebbe forse al vertice politico. Che di fatto la situazione avvantaggi il comparto militare è per altro evidente il che, vista la storia tailandese costellata di pronunciamenti, induce qualche preoccupazione.
Non sono in pochi a gettare benzina sul fuoco: Hun Sen (ora a capo del Senato) ha accusato i Thai di “invasione” mentre suo figlio Manet chiedeva una riunione urgente al Consiglio di sicurezza dell’Onu per l’”aggressione militare premeditata” (si terrà oggi a Palazzo di Vetro). Thaksin Shinawatra, padre della premier esautorata, ha invece accusato Sen di aver ordinato per primo gli attacchi, sostenendo che la Thailandia ha dunque motivi legittimi per una rappresaglia. Altro caso singolare, è che Sen e Thaksin erano molto amici mentre ora si lanciano strali. Quel che è certo è che la ventata nazionalistica tipica in uno scontro tra Stati sembra riempire il vuoto lasciato scoperto da due governi in difficoltà: Bangkok con la sua crisi di governo e Phom Penh con la dittatura della dinastia Hun, non molto amata da un Paese dove ogni critica è vietata e il suo esercizio costa prigione, chiusura di giornali e associazioni, scomparsa di oppositori.
Prima dell’incidente di maggio i primi contenziosi sono iniziati nel 2008, poi nel 2009 e poi ancora nel 2011 quando, nella zona di Preah Vihear (un tempio khmer che fu un bastione dei Khmer rossi prima della loro sconfitta), i carri armati circondarono le rovine e i due eserciti si cannoneggiano. Dal 1962 ci sono stati due responsi internazionali affidati alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. L’ultimo – 2013 – ristabiliva che le aree intorno e al di sotto di quel tempio appartengono alla Cambogia. Ma la Thailandia non riconosce alla Corte la giurisdizione sul dossier. Entrambe le forze armate, secondo l’Unesco (che nel luglio 2008 ha intanto inserito Preah Vihear nella World Heritage List suscitando le ire di Bangkok), sono responsabili di aver danneggiato con i loro proiettili parte del tempio. Quelle ferite nella pietra – vecchie e nuove, lì e altrove – stanno a ricordare che la ferita non si è ancora rimarginata.
La ferita risale alle mappe disegnate dai cartografi francesi agli inizi del Novecento e lasciate in eredità il 12 luglio del 1954 quando si concluse formalmente la guerra d’Indocina che pose fine al protettorato sulla Cambogia, nato da un Trattato tra re Norodom di Cambogia e Parigi nel 1863. Accordo che mitigava la paura di mire espansionistiche di Thailandia e Vietnam e che garantiva al regno sovranità formale e protezione militare ma anche il controllo su affari esteri, dogane, confini. Confini che Bangkok ha ridisegnato in altro modo. I tavoli congiunti per risolvere il problema si sono dissolti. Restano le pietre a segnare il conflitto.
In copertina, soldati cambogiani a Preah Viehar (foto atlanteguerre)

