Sudan, il rientro del Premier non ferma la protesta

L'accordo tra civili e militari non convince la piazza

Nonostante il reintegro del Primo ministro sudanese Abdalla Hamdok alla testa di un esecutivo di transizione dopo un accordo politico con il leader militare Abdel Fattah al-Burhan, la protesta non si ferma. Un giovane di 16 anni è morto ieri dopo essere stato colpito alla testa dalle forze di sicurezza nella città di Omdurman, come ha reso noto un gruppo di medici sudanesi. La morte del giovane racconta della violenza che ancora investe le proteste di piazza che non si sono fermate nonostante l’accordo: un accordo in cui i militari sudanesi, autori del colpo di Stato di diverse settimane fa, hanno promesso di rilasciare tutti i detenuti politici.

L’accordo segue settimane di disordini anche mortali innescati dal golpe che aveva esautorato il Premier in carica. Abdalla Hamdok (nell’immagine di copertina) che è stato adesso  reintegrato come Primo Ministro dopo che militari e civili hanno siglato una sorta di marcia indietro dei militari golpisti. Una mossa che però non ha convinto la piazza. Secondo l’accordo, Hamdok, nominato per la prima volta dopo il rovesciamento del leader sudanese Omar al-Bashir dopo le manifestazioni del  2019, dovrebbe guidare un Governo civile di tecnocrati per un periodo di transizione. Ma la piazza non ci crede.

L’accordo infatti incontra l’opposizione dei gruppi di pressione della società civile che da sempre chiedono un esecutivo civile senza l’influenza più o meno diretta dei militari. La sfiducia sembra dunque riversarsi ora anche sul Premier, fino a ieri simbolo della lotta che ha guidato il Sudan fuori dalle secche di una lunga dittatura. Il bilancio delle vittime della protesta intanto è salito ad almeno una quarantina di dimostranti uccisi mentre manifestavano contro il golpe militare.

(Red/Est)

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