di Monica Pelliccia e Alice Pistolesi da Ramallah
“A Ramallah viviamo costantemente sotto attacco,” racconta un residente intervistato dall’Atlante delle Guerre e dei Conflitti commentando il raid illegale dell’esercito israeliano avvenuto nel pomeriggio del 4 novembre. Un attacco che è parte della quotidianità delle famiglie residenti e che è avvenuto durante il primo viaggio ufficiale della Rete degli Enti locali per i diritti del popolo palestinese (organizzato da Arci Firenze e Anpi Firenze dal 2 al 6 novembre). Erano le 4 del pomeriggio quando le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nella città con unità speciali e hanno arrestato un giovane, in un clima di panico e caos, dopo aver lanciato gas lacrimogeni nel centro della città. Solo poche ore prima, durante la notte un gruppo di coloni aveva dato fuoco ad oltre 20 macchine nella periferia cittadina, nella zona di Al-Bireh.
La città di Ramallah è il cuore politico ed amministrativo della Palestina. Qui, come nel resto della Cisgiordania, le incursioni illegali dell’esercito e dei coloni sono all’ordine del giorno non solo nelle città, ma anche nei tanti campi profughi della zona. Una violenza che colpisce soprattutto le persone più giovani. Come nella vicina città di Nablus, a circa 70 km da Ramallah, dove l’ultimo episodio di violenza è stato l’omicidio del diciannovenne Hassan Ahmad Jamil Musa, 19 anni, ucciso con un proiettile dalle forze di occupazione israeliana nella notte tra sabato e domenica 16 novembre nel campo profughi di Old Askar.
Accanto alla repressione e agli arresti l’occupazione israeliana agisce limitando le risorse economiche, come la coltivazione degli ulivi. I dintorni di Ramallah, così come quasi tutta la Cisgiordania, sono popolati da migliaia di piante di ulivo, l’albero tradizionale della cultura palestinese e una delle fonti di sostentamento principali. Nel 2023 e 2024, secondo i dati dell’Unione degli agricoltori palestinesi (Upf), circa il 60% degli olivicoltori non ha potuto raccogliere le olive. Quest’anno le stime sono ancora più nere: la raccolta è impedita a circa 7 olivicoltori su 10. Solo in questa stagione l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) ha documentato il vandalismo di oltre 4200 alberi in 77 villaggi.
Sempre secondo l’Ocha, nella provincia di Ramallah, dei 18 punti di accesso utilizzati nelle stagioni precedenti (15 cancelli agricoli e tre posti di blocco), l’accesso è stato finora concesso solo attraverso tre punti di accesso e per pochi giorni. Molte famiglie dopo aver atteso lunghe ore per i controlli hanno trovato gli ulivi bruciati al loro arrivo. “Quando ci spostiamo da Ramallah verso campagna di famiglia in macchina con i miei quattro figli – racconta un padre intervistato dall’Atlante delle Guerre e dei Conflitti – siamo sempre in balia dei checkpoint che aprono e chiudono senza orari stabiliti. Ci è successo di rimanere a dormire in macchina per strada con il rischio di subire violenze. Quest’anno è stato particolarmente duro perché i coloni hanno demolito la casa in campagna e i nostri olivi centenari.”
E a Ramallah si trova anche il Comitato per la liberazione di Marwan Barghouti (considerato da molti il leader capace di unire la Palestina) e dei prigionieri palestinesi. La campagna, ispirata a quella di Nelson Mandela e partita nel 2013, in occasione dell’undicesimo anno dall’arresto del politico palestinese, è stata rilanciata nei mesi scorsi. L’Atlante delle guerre ha incontrato Fadwa Barghouti, moglie del leader di Fatah e uno dei suoi compagni di cella nella sede del Comitato. Prima della liberazione dei quasi 2 mila detenuti seguita alla tregua mediata dal Presidente Usa Trump, si stimava che fossero oltre 10mila i prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane, migliaia trattenuti in detenzione amministrativa, ovvero senza processo e accuse formali. Molte organizzazioni hanno negli anni denunciato le condizioni delle persone detenute e dei minori (ogni anno tra i 500 e i 700 bambini palestinesi vengono arrestati e processati) che sono state ritenute fondate anche dalla stessa Corte Suprema israeliana nel settembre 2025. Secondo testimonianze raccolte dagli avvocati di Hamoked (principale fornitore di assistenza legale ai palestinesi sotto occupazione), molti detenuti hanno perso più di 20 chili in un anno di reclusione.
“Non vedo mio marito da tre anni – racconta Fadwa – Prima del 7 ottobre riusciamo a fargli visita un paio di volte al mese. L’ho visto solo nel video postato sui social in cui il ministro israeliano Ben Gvir è andato a sfidarlo nella sua cella”. Fadwa, avvocata, spiega di aver valutato la lista di accuse rivolte al marito, che definisce come “generiche e riferite a lui solo in quanto leader del movimento”.
Di fronte agli abusi dell’occupazione, anche a Ramallah, l’amministrazione locale tenta di appoggiare la cittadinanza. “Le municipalità palestinesi sono la prima linea di fronte per le violenze che vive la città – racconta Issa Kassis, sindaco di Ramallah durante un’intervista che ha avuto luogo nella visita della delegazione degli Enti locali per i diritti del popolo palestinese – Come municipalità lavoriamo per creare la speranza, anche se non esiste.” Un lavoro portato avanti in una città piena di persone giovani (il 50% ha meno di 18 anni, e il 65% è sotto i 40 anni), che cerca di rimanere un riferimento artistico e creativo nella Regione, anche attraverso le residenze artistiche e musicali su cui sta lavorando “per cercare di portare più persone a conoscere la cultura palestinese in futuro”.
Secondo il sindaco di Ramallah l’occupazione agisce anche come meccanismo di auto limitazione delle persone. “Vi siete chiesti perché nella nostra città e in Cisgiordania non ci sono state le proteste per Gaza che invece avete organizzato voi in Europa e in Italia? Scendere in strada e protestare qui è impossibile, perché la repressione è feroce. La risposta è che Gaza è lontana da noi quanto lo è per voi. L’occupazione non è solo violenta ma è nella mente di ognuno di noi”. Ma nonostante la repressione, che arriva anche per un post sui social a supporto delle proteste, il sindaco resta fiducioso. “Se lasciamo la strada al pessimismo non possiamo lavorare per il futuro. Quando perdi la speranza sei pronto a farla finita, ma noi non lo siamo ancora”.

