Quel blitz in Qatar che frantuma equilibri e certezze

L’ordine regionale in Medio Oriente è stato scosso: ora tocca ai protagonisti ricomporre animi e alleanze prima che la frammentazione diventi irreversibile

di Giacomo Cioni 

Il 9 settembre 2025, per la prima volta, Israele ha sfondato un confine che fino ad allora non era stato varcato: un bombardamento su Doha, capitale del Qatar, mentre una delegazione di leader di Hamas – storicamente protetta e ospitata dall’emirato – era riunita per discutere una proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti. Il raid, rivendicato come “interamente giustificato” da Netanyahu a seguito di attacchi a civili e soldati israeliani, ha mietuto sei vittime – tra cui un ufficiale della sicurezza qatariota e il figlio di Khalil al-Hayya, un negoziatore di Hamas – ma ha risparmiato i vertici principali dell’organizzazione, secondo le comunicazioni di Hamas stesso .

Questa operazione rappresenta una frattura strategica: nessun territorio, nemmeno quello di un mediatore chiave, è più al sicuro. Il Qatar – fino a ieri pilastro nelle mediazioni tra Hamas, Israele e Stati Uniti – si ritrova ora messo in discussione nel ruolo e nella sicurezza che presumeva consolidati. La condanna è stata immediata e unanime. Il premier qatariota Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al-Thani ha definito il raid “terrorismo di Stato”, denunciando che Doha fu avvertita solo dieci minuti dopo l’inizio delle esplosioni: uno “100 % tradimento”, ha affermato . Il vice-segreterario generale dell’ONU, António Guterres, ha stigmatizzato la violazione della sovranità qatariota e ha esortato le parti a ritornare al percorso diplomatico. Reazioni dure sono arrivate anche dai governi della regione: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania, Kuwait, Oman e Libano hanno definito l’azione “una palese violazione del diritto internazionale” e una minaccia alla stabilità del Golfo .

In Europa, il Regno Unito di Keir Starmer ha condannato l’attacco come una violazione della sovranità qatariota e un pericolo per la pace, mentre Downing Street ha negato di essere stata informata in anticipo . Anche la Francia e la Germania hanno reagito duramente, giudicando l’intervento inaccettabile e destabilizzante . Donald Trump, pur restando cauto, ha espresso insoddisfazione definendo l’operazione “poco aiutante per gli obiettivi di pace” e dichiarando che la decisione fu presa unicamente da Israele. Ha anche sostenuto di aver incaricato l’inviato Witkoff di avvisare il Qatar, ma troppo tardi. Tuttavia, ha ribadito il legame strategico con Doha e assicurato che simili incidenti non si ripeteranno .

Un colpo agli “Accordi di Abramo”

Il bombardamento rilancia dubbi profondi sulla credibilità della deterrenza americana nella regione: se il Qatar, base militare strategica per centinaia di soldati USA, può essere colpito, le garanzie statunitensi appaiono fragili e retoriche . Gli Accordi di Abramo, sottoscritti nel 2020 da Emirati Arabi Uniti e Bahrain con Israele, fondavano la normalizzazione su benefici economici e stabilità regionale. Ora, con l’esplicita violazione del territorio qatariota, anche gli Emirati, pur storicamente più cauti, definiscono una eventuale annessione della Cisgiordania una “linea rossa” che metterebbe a rischio tutto il progetto di pace. Il colpo strategico di Israele potrebbe accelerare l’allontanamento delle monarchie del Golfo da un’intesa esclusivamente americana, spingendole verso un approccio più autonomo, anche in cooperazione con attori quali Cina o Russia.

Il Qatar non abdica: al-Thani ha promesso che il ruolo di mediatore resta inscalfibile e intrinseco alla sua identità nazionale, annunciando la costituzione di una squadra legale per azioni giudiziarie internazionali contro Netanyahu. Al tempo stesso, il raid ha suscitato un’ondata di mobilitazione diplomatica araba. Incontri urgenti fra leader del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati, insieme a Giordania ed Egitto, testimoniano un impegno condiviso per una risposta collettiva a quanto accaduto. Sul versante mediatico e intellettuale, analisti come Sanam Vakil di Chatham House denunciano il colpo all’ordine internazionale e all’affidabilità americana, ora percepita in crisi .

Il raid israeliano a Doha ha superato il perimetro del conflitto con Hamas: ha squassato regole non scritte, infranto la logica del territorio mediatore, e messo in discussione l’intero schema di alleanze della “Nuova diplomazia araba”. Il Qatar, lungi dall’essere un bersaglio secondario, entra nella storia come simbolo della frattura tra potenza militare israeliana e coesione regionale arabo-americana.

Il futuro del Medio Oriente, oggi, si gioca fra il ridefinire ruoli autonomi nelle monarchie del Golfo, la riconsiderazione della politica di alleanze degli Stati Uniti, la resilienza diplomatica del Qatar e la ridefinizione degli accordi di normalizzazione come gli “Abramo. L’ordine regionale in Medio Oriente è stato scosso: ora tocca ai protagonisti ricomporre animi e alleanze prima che la frammentazione diventi irreversibile.

In copertina: Doha, capitale del Qatar (licenza Shuttelstock)

 

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