Di Peiman Salehi* – ZNetwork
Questo articolo esamina come il cambiamento climatico e la scarsità d’acqua in Medio Oriente, in particolare nei territori palestinesi occupati, siano stati trasformati in strumenti di guerra e dominio. L’autore sostiene che questa tendenza rappresenti un profondo fallimento strutturale e morale dell’ordine internazionale. L’articolo esplora anche come l’accesso all’acqua sia diventato un meccanismo di potere e discriminazione, esacerbando disuguaglianze e conflitti, mentre le istituzioni globali rimangono inefficaci nel proteggere le popolazioni vulnerabili.
Il Medio Oriente sta oggi assistendo a una trasformazione che va ben oltre la geopolitica convenzionale o la competizione per il petrolio. Una delle dimensioni più urgenti ma ancora poco esplorate della sua crisi è la questione dell’acqua, che è diventata sempre più una merce rara e un’arma nelle mani di stati e attori non statali. Secondo il Pacific Institute, solo nel 2023 si sono verificati circa 350 conflitti in tutto il mondo direttamente legati all’acqua, e il Medio Oriente, in particolare la Palestina, ha rappresentato una quota sproporzionata di questi incidenti. Questa realtà non è casuale. Riflette il modo in cui il cambiamento climatico globale si interseca con le disuguaglianze regionali, le strutture coloniali e la governance autoritaria, creando un ciclo di violenza in cui l’accesso all’acqua stessa diventa una questione di sopravvivenza, controllo e dominio.
Per decenni, gli osservatori internazionali si sono concentrati sull’energia come principale asse di potere in Medio Oriente. Ma con il cambiamento dei modelli climatici, è l’acqua a definire sempre più le possibilità di stabilità o di conflitto. Il controllo israeliano sulle falde acquifere palestinesi e la sua sistematica restrizione dell’accesso all’acqua a Gaza e in Cisgiordania sono un esempio lampante di come la gestione delle risorse si trasformi in uno strumento di punizione collettiva. Per i palestinesi, la negazione dell’acqua non è semplicemente una questione di disagio; è una violazione del loro diritto umano più fondamentale, usata deliberatamente per indebolire il loro tessuto sociale e imporre dipendenza. In questo senso, l’acqua non è diversa da un assedio o da un blocco: è uno strumento di guerra sotto un altro nome.
La strumentalizzazione dell’acqua non è limitata alla Palestina. In Iraq e Siria, le dighe sul Tigri e sull’Eufrate sono state ripetutamente manipolate da potenze regionali e gruppi armati per ottenere influenza sulle popolazioni civili. L’inondazione o il prosciugamento deliberato di intere aree è stato utilizzato sia come arma tattica che come forma di coercizione contro comunità già devastate da decenni di guerra e sanzioni. In Nord Africa, le tensioni tra Etiopia, Egitto e Sudan sulla Grande Diga della Rinascita rivelano come le controversie sull’acqua stiano rimodellando la geopolitica del bacino del Nilo. Questi esempi evidenziano un modello che non è esclusivo di un singolo paese, ma caratteristico dell’intera regione: l’acqua è sempre più governata non come una risorsa condivisa, ma come uno strumento di potere, utilizzato in modi che esacerbano la fragilità e approfondiscono la sfiducia.
A questi conflitti si sovrappone l’impatto accelerato del cambiamento climatico. Il Medio Oriente si sta riscaldando più rapidamente di molte altre regioni e le siccità prolungate stanno già destabilizzando intere società. In Siria, un decennio di grave siccità precedente allo scoppio della guerra civile ha avuto un ruolo importante nello spingere le popolazioni rurali verso le città, dove l’incuria dello Stato e la disperazione economica hanno creato terreno fertile per i disordini. In Iran, le ricorrenti proteste per la scarsità d’acqua rivelano come lo stress ecologico si traduca direttamente in instabilità politica. In Yemen, l’esaurimento delle falde acquifere ha aggravato la devastazione della guerra e della carestia, spingendo le comunità in cicli di sfollamento e disperazione. Questi non sono eventi isolati; sono sintomi di una crisi sistemica in cui l’ambiente non è più uno sfondo neutrale, ma un motore attivo del conflitto.
Dal punto di vista del Sud del mondo, la crisi idrica in Medio Oriente non può essere separata dai più ampi modelli di disuguaglianza strutturale nel sistema internazionale. Proprio come risorse naturali come il petrolio o i minerali sono state a lungo soggette a forme di estrazione coloniale, anche l’acqua è stata inglobata in sistemi di controllo plasmati da poteri esterni e istituzioni neoliberiste. I programmi di privatizzazione, spesso promossi da istituzioni finanziarie globali, mercificano l’accesso all’acqua e lo pongono nelle mani di attori aziendali la cui logica di profitto contraddice direttamente il principio dei diritti umani universali. Per le popolazioni vulnerabili di Gaza, Bassora o Sana’a, la questione non è meramente ecologica ma profondamente politica: chi controlla il flusso della vita stessa?
Il costo umano di queste dinamiche è sconcertante. La scarsità d’acqua colpisce più duramente i bambini, le donne, i rifugiati e i poveri più vulnerabili, che sopportano il peso di malattie, malnutrizione e sfollamenti. Quando le famiglie devono scegliere tra acquistare acqua o cibo, la nozione stessa di dignità umana viene distrutta. Nei campi profughi di tutta la regione, l’inadeguatezza dell’approvvigionamento idrico è legata all’aumento delle crisi sanitarie, mentre le popolazioni urbane si trovano ad affrontare prezzi alle stelle a causa delle multinazionali che sfruttano la scarsità. Parlare di acqua in Medio Oriente significa quindi parlare di giustizia, le cui vite sono considerate sacrificabili in un sistema che tratta l’acqua come un’arma piuttosto che come un diritto condiviso…
Segue su Other-news.info
*Peiman Salehi è un analista politico che vive a Teheran. I suoi scritti si concentrano sulle narrazioni della resistenza, sul multipolarismo e sulla crisi del liberalismo.

