di Linda Maggiori
Dall’oceano pacifico a all’atlantico, passando per l’oceano indiano, flotte di navi portano armi, mentre cittadini e portuali si ribellano, organizzano blocchi e presidi, non senza difficoltà. Il rischio dell’automazione del lavoro nei porti sta però distogliendo l’attenzione dei maggiori sindacati statunitensi dal problema del traffico di armi, creando un ulteriore ricatto lavorativo.
Dossier/ I portuali contro le guerre del Mondo. In Italia (1)
Dossier/I portuali contro le guerre nel mondo. In Grecia e Slovenia (2)
Dossier/I portuali contro le guerre nel mondo. Nord Ovest Europa (3)
Dossier/ I portuali contro le guerre nel mondo. Sud Mediterraneo (4)
*In copertina Foto di Enguerrand Photography su Unsplash, di seguito foto di fr0ggy5 su Unsplash
I porti Usa
Dai porti USA partono continuamente carichi di armi diretti ai paesi in conflitto, in particolare Ucraina e Israele, con navi Zim e Maersk. Il Palestinian Youth Movement (PYM) e Progressive International (PI) con la campagna “Mask off Maersk” hanno denunciato il ruolo delle navi Maersk nel trasporto di materiale militare dagli Stati Uniti a Israele. Il 3 novembre 2023 nel porto californiano di Oakland, che aveva già una storia di proteste durante la guerra in Iraq nel 2003 e nel 2011, gli attivisti e alcuni portuali hanno cercato di bloccare la partenza della nave Cape Orlando per il porto di Tacoma (nella costa nord-occidentale degli USA). La nave è ugualmente partita ma altre proteste si sono propagate nel porto di Tacoma dove la nave avrebbe dovuto caricare armamenti destinati Israele, provenienti dalla grande base militare di Lewis-McChord. Anche i nativi del popolo Salish e i Water Warriors Council della tribù Puyallup, con le loro piroghe scesero in mare per ostacolare la porta container, ribadendo che i loro stessi antenati hanno subito un genocidio fisico e culturale.
Nell’ottobre 2025 la rivista Ditch ha denunciato un altro carico di armi, che sarebbe stato imbarcato nella Ocean Gladiator nel porto statunitense di Paulsboro diretta ad Ashdod trasportando munizioni prodotte dal Wieland Group, prima ancora, nell’agosto 2025 un’altra nave partita dallo stesso porto ad agosto ha trasportato 374 tonnellate di bombe destinate a Israele attraverso il territorio marittimo dell’Unione Europea. Dalla International Ordnance Technologies, alla Elbit Systems a Ladson, in South Carolina, tantissime aziende statunitense hanno spedito migliaia di tonnellate di armi a Israele. Secondo un recente report di Palestine Youth Movement e Progressive International tra le 263 e le 525 tonnellate di carico passano ogni settimana attraverso un magazzino di New Jersey, fino al terminal marittimo Port Newark–Elizabeth, dove il materiale viene caricato su navi Maersk verso Haifa. Nei porti statunitensi le proteste sono state condotte principalmente dagli attivisti e dalla cittadinanza attiva con scarsa partecipazione dei portuali.
Gli “hot cargo edits” in Canada
Nonostante il governo Trudeau abbia sempre detto che erano in atto restrizioni alla spedizione di armi verso Israele, un dettagliato rapporto di Palestinian Youth Movement mostra al contraio che il flusso è stato imponente e costante, via nave ma anche via aereo. A febbraio 2024 numerosi manifestanti hanno bloccato gli accessi al porto di Vancouver, così come nel giugno 2025, quando la Federazione del Lavoro del New Brunswick (NFL) ha emesso un “hot cargo edict” (dicharazione di sciopero) contro il materiale militare destinato a Israele, sempre in protesta, chiedendo di bloccare ogni traffico di armi verso Israele.
La storia delle lotte dei portuali canadesi e degli “hot cargo edict” inizia decenni fa: nel luglio 1979, i portuali di Saint John, sostenuti da sindacati di tutto il Paese, portarono avanti uno sciopero che bloccò il trasporto di materiali nucleari verso l’allora regime militare in Argentina. Anche nel 2003, per protesta contro l’invasione statunitense dell’Iraq, i portuali bloccarono nuovamente il porto e le spedizioni militari. Nel 2018 i portuali di Saint John si trovarono a picchettare gli accessi al porto per impedire il trasporto di veicoli militari verso l’Arabia Saudita.



