di Alessandro De Pascale
Un mese dopo il forte terremoto di magnitudo 7,7 che il 28 marzo ha colpito il Myanmar centrale, l’ultimo bilancio ufficiale delle vittime è di 3.700 morti e oltre 4.800 feriti. Di questi, almeno 2.122 decessi di contano a Mandalay, la seconda città più grande del Paese e la più colpita dal sisma, dove le cifre delle vittime non vengono aggiornate dal 4 aprile. Motivo per cui, secondo le organizzazioni internazionali, il bilancio potrebbe essere molto più alto. Le agenzie Onu stimano che circa 17 milioni di persone siano in qualche modo state colpite dagli effetti del terremoto, con almeno 65mila edifici crollati. Inagibile l’88% delle strade, mentre nel 44% delle zone colpite non sono ancora stati ristabiliti servizi quali l’elettricità e internet, laddove disponibili. Per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) circa il 72% delle persone che abitano nelle regione di Sagaing e Mandalay, le più colpite dal sisma, non hanno ancora ricevuto nessun tipo di assistenza.
C’è chi denuncia l’uso politico degli aiuti umanitari da parte del regime: l’opposizione ha diffuso foto di aiuti ONU venduti nei mercati della capitale fortezza dei golpisti a Nay Pyi Daw, dove risultano danneggiati diversi edifici governativi e strutture pubbliche, tanto che alcuni dipartimenti governativi stanno valutando la possibilità di trasferirsi temporaneamente a Yangon. Diverse squadre di soccorso hanno denunciato le difficoltà nel portare aiuti a causa delle restrizioni imposte dai militari, ancor più nelle aree in mano alla resistenza, che ormai controllano oltre la metà del Paese. Ancor più visto che le varie dichiarazioni di cessate il fuoco proclamate non hanno fermato la guerra civile in corso. Per l’Alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR), nei giorni successivi al sisma, quando la fine delle ostilità per favorire i soccorsi era stata proclamata da alcune sigle dell’opposizione gli attacchi condotti erano stati 120. Per l’Institute for Strategy and Policy-Myanmar (ISP-Myanmar) 160 bombardamenti delle giunta e 38 scontri armati fino al 9 aprile. Quasi la metà, avvenuti dopo l’annuncio di cessate il fuoco diffuso il 2 aprile anche da parte della giunta militare golpista.
Il ritorno alla normalità è lontano: 42mila persone su un totale di 200mila sfollati (da sommare ai 3,5 milioni pre-sisma provocati dal conflitto) vivono tuttora in rifugi temporanei di fortuna, dove mancano beni di prima necessità, a partire dall’acqua potabile e con elevato rischio epidemiologico denunciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di contrazione di colera, dengue o infezioni cutanee, che si sommerebbero alla dissenteria in forte aumento in diverse aree. Cui si somma la carenza di cibo, che ha portato diverse organizzazioni internazionali a denunciare il rischio di malnutrizione. Il tutto con la stagione delle piogge alla, che da maggio potrebbe complicare ancora di più la risposta all’emergenza e la vita degli sfollati.
In occasione del Capodanno, che si è celebrato nel Paese il 13 aprile, la giunta militare ha annunciato la grazie per 4.893 prigionieri e la riduzione di un sesto della pena per i detenuti comuni, che non abbiano commesso gravi reati, quali associazione a delinquere e terrorismo. Reati di cui vengono ad esempio spesso accusati anche i prigionieri politici, secondo organismi indipendenti ormai a quota 22mila. L’ufficio del comandante in capo delle Forze armate, il generale Min Aung Hlaing, per la prima volta da quando ha preso il potere ha annunciato che le elezioni generali si terranno nella terza e quarta settimana di dicembre e nella prima e seconda settimana di gennaio. Da quando i militari hanno preso il potere con un colpo di Stato il 1° febbraio del 2021 è la prima volta che la giunta golpista fissa un calendario del voto. Ritenute prive di legittimità dall’opinione pubblica, ammesso che stavolta si tengano davvero (sono state promesse e rinviate più volte) è praticamente impossibile possano tenersi anche nei territori fuori dal loro controllo.
Nella foto in copertina, soccorritori al lavoro a Mandalay, Myanmar ©somkanae sawatdinak/Shutterstock.com

