Il punto – I negoziati sono fermi, la diplomazia non ha smosso nulla

I giudici della Corte penale Internazionale hanno paura, la fame no, e la pace ovunque appare lontanissima.

Di Raffaele Crocco

I giudici della Corte penale Internazionale hanno paura. Per questa ragione, potrebbero decidere di congelare o ritardare le indagini sui crimini che il governo israeliano sta commettendo nella Striscia di Gaza. A spiegarlo sono alcuni esperti di diritto europeo, citando fonti vicine alla Corte. Giudici, procuratori e funzionari sono spaventati dal clima di intimidazioni e sanzioni che Israele e Stati Uniti hanno messo in campo. Il risultato potrebbe essere quello di “mettere in soffitta” i procedimenti.

Un’evenienza che permetterebbe al governo israeliano di far dimenticare rapidamente al Mondo quanto è accaduto in questi mesi. A ricordare i crimini, nonostante tutto, resteranno i dati sui morti nella Striscia. In 691 giorni di azione dell’esercito israeliano, giusto per citare una cifra, sono morti 27 bambini al giorno. Se ne aggiungeranno molti altri nelle prossime settimane, spiega Joyce Msuya, vice capo umanitario delle Nazioni Unite. Ad ucciderli sarà la fame. La carestia sta divorando l’area centro-settentrionale di Gaza, dove si trova Gaza City. Entro la fine di settembre colpirà Deir el-Balah e Khan Younis, a Sud. I morti per fame, nell’ultima settimana, sono almeno dieci: fra loro due bambini. Msuya ha raccontato che “oltre mezzo milione di persone attualmente rischiano la fame, l’indigenza e la morte. Entro la fine di settembre, questo numero potrebbe superare le 640.000 unità. Praticamente nessuno a Gaza è immune dalla fame”. Entro poche settimane, almeno 132.000 bambini con meno di cinque anni saranno a rischio di malnutrizione acuta. 

Una carestia nata dalla decisione di Israele di negare gli aiuti umanitari alla popolazione. Il governo israeliano, per altro, rifiuta di ammettere che esista la carestia. Mercoledì scorso, Tel Aviv ha ufficialmente chiesto all’IPC, il sistema di classificazione del sistema alimentare, di rivedere il proprio rapporto. Si tratta di un documento divulgato la settimana precedente, che raccontava nel dettaglio ragioni e conseguenze della carestia nella Striscia di Gaza. Il ministero degli Esteri israeliano ha contestato il risultato, parlando un’indagine poco professionale e molto carente. Non è certamente carente, invece, il contemporaneo e nuovo dispiegamento di mezzi e uomini dell’esercito israeliano, che continua ad avvicinarsi a Gaza City con l’intento di occuparla. Martedì 26 agosto, sono state evacuate le zone di as-Saftawi e al-Jalaa. Mercoledì 27, il portavoce militare israeliano Avichay Adraee ha pubblicato su X un ampio ordine di sfollamento forzato, spiegando ai residenti che “l’evacuazione di Gaza City è inevitabile”.

Così inevitabile, con lo sgombero forzato della popolazione, c’è chi sta lavorando alacremente al “dopo”. A Washington, il presidente statunitense Trump ha ricevuto l’ex primo ministro inglese Tony Blair e l’ex inviato per il Medio Oriente, Jared Kushner, per pianificare il dopoguerra. Tutto questo dopo che Trump, lunedì 25 agosto, aveva dichiarato di immaginare la fine definitiva dei combattimenti a Gaza entro tre settimane. Un previsione ottimistica, dato che i negoziati sono completamente fermi e che il governo israeliano ha ribadito di voler mantenere in via definitiva una presenza militare nella Striscia. E a complicare le cose è anche il super attivismo militare di Tel Aviv: in settimana l’esercito ha compiuto un raid a Nablus, in Cisgiordania e in Siria, attaccando una caserma dell’esercito di Damasco.

La guerra pare infinita anche in Ucraina, dopo 1.282 giorni di invasione russa del territorio. Due giorni fa, Kiev ha subito un attacco notturno su larga scala, con droni e missili. I morti sono stati almeno 8 fra i civili e numerosi quartieri hanno edifici distrutti e infrastrutture colpite. Al fronte, l’offensiva russa prosegue, lenta, infinitamente lenta, ma inesorabile. I soldati di Mosca sono arrivati a Novoheorhiivka e Zaporizke,due villaggi  nella regione orientale di Dnipropetrovsk. Si tratta di un importante centro industriale ucraino, vicino alla regione di Donetsk.

Anche qui, i negoziati sono fermi, la diplomazia – nonostante gli incontri delle scorse settimane fra capi di Stato e di governo – non ha smosso nulla. Il presidente ucraino Zelensky ha anzi sostenuto pubblicamente di “aver visto segnali negativi e arroganti da parte di Mosca riguardo ai negoziati” . È tornato a chiedere alla comunità internazionale di esercitare “pressioni per costringere la Russia a compiere passi concreti verso la pace”. Pace che appare ancora lontanissima. L’ha fatto capire il portavoce del Cremlino, Peskov. A Mosca l’idea di truppe europee schierate in Ucraina, una volta raggiunta la tregua, è semplicemente intollerabile. “Consideriamo tali discussioni negativamente. È proprio questo spostamento delle infrastrutture militari della NATO in Ucraina che la Russia considera una delle “cause profonde” della guerra”.

Niente “truppe di pace” europee, quindi. Ma gli Stati del Vecchio Continente non demordono, tengono Mosca nel mirino. Lo dimostra Berlino, che ha messo in campo iniziative per attrarre giovani maschi nelle forze armate. Contemporaneamente, la Rheinmetall ha inaugurato mercoledì scorso, il 20 agosto, il più grande stabilimento di munizioni d’Europa. Da ricordare: è la stessa società produttrice di armi che ha stabilimenti e filiali italiane. Proprio dall’Italia uscivano, nel 2021, le bombe d’aereo destinate all’Arabia Saudita, impegnata nella guerra contro lo Yemen. La nuova fabbrica tedesca è stata salutata con entusiasmo dal capo della NATO Mark Rutte. “Questo stabilimento – ha detto –  è assolutamente cruciale per la nostra sicurezza e anche per continuare a sostenere l’Ucraina nella sua lotta oggi e per scoraggiare qualsiasi aggressione in futuro”.

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