di Cecilia Brighi*
Come nei giochini per bambini, se si collegassero i puntini delle numerose iniziative politiche che la giunta golpista del Myanmar ha messo in campo negli ultimi mesi, si capirebbe, come i militari birmani, che stanno continuando a perdere terreno nel Paese, stiano cercando di costruire una improponibile legittimità internazionale. Ci provano in vista delle prossime elezioni illegali, contando sugli indicibili interessi di molti governi dell’area e di quelli delle grandi autocrazie mondiali, a cui serve avere un alleato in più in un’area importante come l’Indo pacifico.
La strategia della giunta è chiara. Dando per scontata l’alleanza con Pechino, è ora tempo di promuovere iniziative di finta apertura e dialogo, e di rafforzare contemporaneamente i rapporti con Russia e Bielorussia, grandi fornitori di armi, droni e formazione militare. Poco importa se dal 2023 l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha sanzionato la Bielorussia, a causa delle persistenti violazioni della libertà di associazione sindacale, e ha chiesto a governi, imprenditori e sindacati di rivedere i propri rapporti con quel Paese, adottando misure appropriate per garantire che quel Lukashenko non possa perpetuare o estendere le violazioni dei diritti dei lavoratori.
Incurante tali sanzioni, lo scorso gennaio, la giunta ha organizzato a Yangon il primo Myanmar-Belarus Business Forum, che si è nuovamente riunito a marzo a Minsk alla presenza, non solo del leader golpista birmano, il generale Min Aung Hlaing, ma anche di rappresentanti della Myanmar Federation of Chamber of Commerce and Industry (UMFCCI): compresi quelli del settore tessile abbigliamento, noto per lo sfruttamento rampante delle lavoratrici. Sempre a marzo, con l’obiettivo di “contribuire a plasmare un futuro luminoso per il Myanmar, offrendo al contempo un’opportunità di coinvolgimento della comunità globale”, il cosiddetto Ministero dell’Informazione birmano ha costituito il Myanmar Narrative Think Tank.
Questo, mentre la Confederation of Trade Unions Myanmar (CTUM), sindacato clandestino birmano, e la Myanmar Employers Organization (MEO), che riunisce gli imprenditori democratici e il Governo clandestino di Unità Nazionale (NUG), stavano spingendo per l’approvazione della storica risoluzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), che il 5 giugno ha condannato la giunta per la violazione della libertà sindacale e delle norme sul lavoro forzato.
Sempre a giugno i militari birmani hanno organizzato un fantomatico ‘Forum per la Pace’ con inviti a ‘comparse’ nazionali, diplomatici ed “esperti internazionali”. Tra questi, Alexander Dugin, stratega di Putin e tal Lorenzo Maria Pacini, toscano, di nobile famiglia, professore a contratto presso UniDolomiti di Belluno e presso la sedicente università non riconosciuta Libera Università degli Studi di Bellinzona, nonché direttore del primo corso accademico sulla Quarta Teoria Politica di Aleksandr Dugin e del primo corso in Geopolitica del Mondo Multipolare.
Altri noti e alquanto screditati personaggi, selezionati ad arte, hanno preso parte al Forum, mentre in tutto il Paese continuava la campagna di terrore della giunta, con bombardamenti di città, villaggi, scuole, ospedali e luoghi di culto. Il cui obiettivo è fiaccare la resistenza della popolazione e preparare il terreno alle elezioni illegali. Nonostante il Forum fosse ancora in corso, il capo della giunta Min Aung Hlaing, indifferente alla richiesta di arresto da parte del procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI), è partito per una missione chiave, prima in Russia e poi in Bielorussia, su invito del presidente Aleksandr Lukashenko, nel quadro dell’Eurasian Economic Union (EAEU). Lì ha firmato accordi economici e per la fornitura di armi e droni, fondamentali a colpire i villaggi che non riesce a raggiungere con le sue truppe via terra.
A conferma di questa ipotesi, sempre a giugno si è tenuto l’Oslo Forum, organizzato dal Ministero degli Affari Esteri norvegese e dal Center for Humanitarian Dialogue (HD), organizzazione svizzera che si occupa – evidentemente con scarsi risultati – di “costruzione della pace in tutto il mondo”. Ne hanno fatto parte personalità di alto livello da Paesi che non brillano certo per la democrazia, tra cui Arabia Saudita, Cina, Iran, Oman, Egitto, Siria. Ma la perla è stata la presenza del generale birmano Min Naing, tra i falchi della giunta, e segretario della National Solidarity and Peacemaking Negotiation Committee (NSPNC). Mentre a Yangon, sempre con il sostegno dell’organizzazione svizzera HD, l’ambasciata indiana organizzava un evento simile, con la partecipazione di “mediatori di pace”.
La prospettiva delle elezioni ha così riaperto il vaso di Pandora dei cosiddetti esperti: diplomatici, accademici o negoziatori che vedono prospettarsi un nuovo spazio per le loro perdenti strategie, ma che producono rinnovata notorietà e fondi di ricerca. D’altronde questo è un brogliaccio già usato in passato anche se ha prodotto solamente il consolidamento degli interessi militari e di proficue ricadute economiche, anche se la realtà e soprattutto le aspettative del popolo birmano e dei suoi rappresentanti democratici sono molto distanti da quanto si discute in quei consessi.
Ci sono due realtà incompatibili: da un lato i dibattiti sterili sulle prospettive di pace (mentre imperversano i bombardamenti, le uccisioni e gli arresti) e dall’altro le aspirazioni del popolo birmano che lotta per un cambiamento sistemico e non per un ritorno allo status quo pre-golpe. Il Consenso in 5 Punti è definitivamente morto e bisognerà accettare che le forze democratiche birmane non si arrenderanno, se non avranno ottenuto un controllo civile, autentico e totale sulle forze armate, un governo democratico e federale inclusivo e la perseguibilità dei responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità.
Se questo è il quadro, le istituzioni europee ed internazionali dovrebbero agire con rapidità, per impedire la crescita di un internazionale dell’autoritarismo che quotidianamente sta mettendo in discussione i principi democratici, seppur imperfetti, che l’Unione Europea ha contribuito a creare. Magari la democrazia non si può esportare, ma le autocrazie si stanno attrezzando per crescere in numero e in potere.
* Segretaria Generale dell’associazione Italia-Birmania Insieme
Nella foto in copertina, una mappa del sud-est asiatico ©Neuiiza/Shutterstock.com






