Cisgiordania, escalation di tensioni

Una panoramica sulla progressiva erosione di spazi di libertà, la marginalizzazione delle istituzioni locali e la trasformazione del territorio

di Giacomo Cioni

Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sulla guerra di Gaza, in Cisgiordania la tensione non si è mai abbassata. Qui l’esercito israeliano continua quotidianamente operazioni di controllo e arresti, agevolando al contempo l’espansione e la violenza dei coloni. Il risultato è un’escalation silenziosa ma costante, che colpisce la popolazione civile e ridisegna gli equilibri sul terreno.

La Cisgiordania vive una fase di instabilità, segnata da un’intensificazione delle operazioni israeliane, dalla pressione crescente dei coloni e da scelte politiche che rischiano di cambiare definitivamente la geografia del conflitto. La guerra in corso a Gaza, lungi dall’essere isolata, ha moltiplicato le ripercussioni anche qui: raid militari, arresti politici, nuove costruzioni di insediamenti e limitazioni alla libertà di movimento hanno ridisegnato la quotidianità dei palestinesi, alimentando un ciclo di tensioni senza tregua.

L’episodio più significativo è stato l’arresto di Tayseer Abu Sneineh, sindaco di Hebron dal 2017. Le forze israeliane hanno fatto irruzione nella sua abitazione all’alba, conducendolo in un luogo non precisato. La famiglia non ha ricevuto alcuna informazione sul motivo dell’arresto né sul luogo di detenzione. Immediatamente dopo, le autorità militari hanno imposto un coprifuoco sull’intero distretto, bloccando strade e accessi alla città.

Il municipio ha reagito con fermezza: “Si tratta di un attacco non solo al sindaco – si legge in una nota ufficiale – ma alla volontà popolare e al diritto dei cittadini di amministrare la propria città con dignità”. L’episodio si inserisce in una pratica più ampia: secondo dati palestinesi, nelle carceri israeliane si trovano oltre 10.800 detenuti, tra cui circa 450 minori e 50 donne. Colpisce soprattutto il numero di prigionieri in detenzione amministrativa – più di 3.600 – privati della libertà senza processo e senza accuse formali, sulla base di ordini rinnovabili di sei mesi in sei mesi.

Le scuole nel mirino. Hebron è stata teatro anche di incursioni nelle istituzioni scolastiche. La scorsa settimana, i soldati israeliani hanno fatto irruzione in sei scuole, arrestando insegnanti e sequestrando computer e registri. Il ministero palestinese dell’Istruzione ha denunciato quella che definisce una politica sistematica di intimidazione. L’obiettivo, secondo i dirigenti scolastici, sarebbe quello di scoraggiare la frequenza e minare l’autonomia delle comunità locali.

Le proteste per i corpi trattenuti. Hebron si è svolta anche una manifestazione con centinaia di partecipanti per chiedere la restituzione dei corpi di oltre 700 palestinesi uccisi e trattenuti da Israele negli ultimi anni. La protesta è stata dispersa con gas lacrimogeni: decine di persone hanno riportato sintomi di soffocamento. “Non chiediamo un favore – ha detto un manifestante – chiediamo solo il diritto di seppellire i nostri morti”.

I raid a Nablus e Ramallah. Le operazioni israeliane non si sono limitate al sud, a Hebron. Più a nord, a Nablus, blindati e soldati hanno fatto irruzione in diversi quartieri, provocando scontri con i residenti. La Mezzaluna Rossa ha riferito di almeno 25 persone curate per l’inalazione dei gas e di due feriti, uno dei quali colpito da proiettili di gomma. L’incursione è arrivata poche ore dopo un raid a Ramallah, dove i militari hanno preso di mira un’agenzia di cambio sospettata di finanziare gruppi armati.

Smotrich e il progetto E1. Parallelamente, il governo israeliano ha accelerato la politica degli insediamenti. Il ministro delle Finanze e leader dell’estrema destra, Bezalel Smotrich, ha annunciato l’approvazione definitiva del progetto E1, che prevede la costruzione di oltre 3.400 abitazioni tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim. L’area, rimasta congelata per oltre vent’anni a causa delle pressioni internazionali, è considerata strategica: la sua urbanizzazione creerebbe un blocco continuo di insediamenti che taglierebbe in due la Cisgiordania, rendendo impossibile la creazione di uno Stato palestinese territorialmente contiguo. Per Smotrich si tratta di una “decisione storica” che “cancella l’illusione dei due Stati”. Parole che segnano un ulteriore spostamento a destra del discorso politico israeliano, mentre l’Autorità Palestinese denuncia la trasformazione del territorio in una “prigione a cielo aperto”, divisa in cantoni isolati e sotto il controllo armato dei coloni.

Secondo fonti citate dal sito Axios, il governo israeliano starebbe persino valutando l’annessione formale di porzioni della Cisgiordania, come risposta alle mosse di diversi Paesi europei pronti a riconoscere lo Stato di Palestina.

Giornalisti sotto pressione. Il clima di tensione non risparmia i media. L’inviata della Rai Lucia Goracci è stata minacciata da un gruppo di coloni israeliani vicino a Hebron, mentre stava realizzando un servizio televisivo. L’episodio ha suscitato la solidarietà di diverse organizzazioni giornalistiche, che hanno denunciato le crescenti difficoltà per chi cerca di raccontare la realtà del territorio. La stampa locale parla di una “censura di fatto”, alimentata da intimidazioni e limitazioni ai movimenti dei reporter.

Una presenza colonica sempre più massiccia. Il fenomeno degli insediamenti si è ormai trasformato in una realtà demografica estesa e sempre più dominante. Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, circa 700.000 israeliani vivono oggi tra la Cisgiordania e Gerusalemme Est, su uno sfondo di circa 2,7 milioni di palestinesi . Altri dati indicano un numero simile, quantificando la presenza colonica tra i territori occupati come superiore a 700.000 .

Ma la crescita non si ferma: fonti palestinesi rivendicano l’esistenza di 770.420 coloni alla fine del 2024, distribuiti tra 180 insediamenti autorizzati e 256 avamposti non ufficiali . Questa espansione è sostenuta da una politica governativa che non solo legalizza nuovi insediamenti, ma anzi accelera la costruzione e il rafforzamento di quelli esistenti, trasformando sempre di più l’Ovest della Cisgiordania in un territorio de facto israeliano.

Una spirale senza uscita. La combinazione di arresti politici, incursioni militari, nuove costruzioni di insediamenti e intimidazioni ai danni dei giornalisti dipinge il quadro di una Cisgiordania sempre più intrappolata in una spirale di controllo e violenza. La popolazione civile resta la principale vittima: vive tra coprifuoco, scuole chiuse, corpi trattenuti, strade presidiate e territori ridisegnati.

Mentre a Gaza si muore, la Cisgiordania conosce un processo più silenzioso ma non meno incisivo: la progressiva erosione di spazi di libertà, la marginalizzazione delle istituzioni locali e la trasformazione del territorio.

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