di Emanuele Giordana
Aung San Suu Kyi, la nobel birmana incarcerata nel 2021 dopo il colpo di stato militare che ha dato il via alla guerra civile in Myanmar, ha compiuto ieri ottant’anni. Ma quanti ne potrà ancora celebrare è davvero incerto. Secondo gli avvocati Francois Zimeray e Catalina de la Sota della Suu Foundation, che hanno appena avuto un incontro col Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie, “…ci sono serie motivi per pensare che (Suu Kyi) possa morire in carcere mentre il mondo resta indifferente. Vista la sua età e l’assoluta segretezza che la circonda dal suo arresto nel 2021, siamo estremamente preoccupati per gli abusi che sembra aver subito”. Preoccupazione condivisa dal figlio Kim che da due anni non ha notizie e che aveva smontato la fake fatta circolare dai militari sugli arresti domiciliari. Ieri inoltre, il Guardian ha pubblicato una serie di video fatti uscire clandestinamente dal tribunale della prigione dove la Lady è rinchiusa che mostrano le condizione di una reclusione in isolamento con l’esposizione a temperature elevatissime, scarsissima luce e una giornata fatta di meditazioni e piccoli passi in cella per mantenersi in forma. Il figlio, che vuole fare una maratona di 80 chilometri per ricordare la prigionia della madre e il rischio di un possibile decesso, “è stato straordinario – spiega la senatrice Albertina Soliani che si trova in questi giorni sulla frontiera thai-birmana di Mae Sot – e a oggi ha raccolto per la madre oltre 90mila video di auguri per il suo compleanno” con una campagna sui social.
Ma il numero 8 è anche altro e non solo un riferimento esoterico tipico del modo in cui i birmani osservano i simboli matematici: sarebbero infatti 82.597 le vittime della guerra birmana dal 21 febbraio 2021 al 13 giugno scorso secondo i dati raccolti da ACLED (Armed Conflict Location and Event Data), centro studi che valuta l’impatto di una guerra tenendo conti di diverse fonti – da quelle ufficiali a quelle ufficiose – sulla base di episodi violenti. Una cifra (che non tiene conto delle oltre 3.500 vittime del recente terremoto) che fa del conflitto birmano la guerra numericamente più violenta dopo l’Ucraina in un conteggio che comprende sia civili sia militari e dunque gli scontri a fuoco tra la giunta, le milizie armate (cosiddette etniche) regionali e le forze popolari di difesa (Pdf) del Governo clandestino di unità nazionale formatosi sulla base delle elezioni del novembre 2020 quando la Lega per la democrazia di Suu Kyi stravinse di nuovo nelle urne.
Oscurata dal conflitto mediorientale e da quello in Europa, quella birmano è una miccia che rischia di incendiare la prateria dell’Asia orientale dove coinvolge, a diverso titolo, le frontiere dei Paesi vicini e disturba i progetti della Cina che sta costruendo un porto di acque profonde per garantirsi l’accesso al Golfo del Bengala bypassando l’unico suo sbocco marittimo attuale verso Ovest, lo Stretto di Malacca. Ma proprio il porto di Kyaukpyu, 30 miglia dalla capitale Sittwe nello Stato occidentale del Rakhine (quello al centro dell’espulsione di oltre un milione di Rohingya musulmani) è ora stretto d’assedio dalla milizia dell’Arakan Army, una delle più agguerrite nel panorama locale.
Per la giunta, che secondo Bbc controllerebbe poco più del 20% del territorio, le cose non vanno bene lungo tutte le sue frontiere ma anche al centro del Paese. L’ultimo episodio rivelatore riguarda un caccia cinese (pare un FTC-2000G), abbattuto in giugno nel Sagaing dall’Esercito popolare di liberazione (Pla – da non confondersi con l’omologo cinese ndr), braccio armato del Partito comunista clandestino birmano. Benché la giunta abbia parlato di “incidente”, sarebbe stato abbattuto con una mitragliatrice pesante calibro .50 (una variante della Browning M2 forse di origine cinese) o da un missile terra-aria FN-6 sempre cinese, utilizzato con lanciarazzi a spalla. L’esperto di sistemi d’arma Brandon J. Weichert ipotizza che, poiché Pechino venderebbe armi alle due parti, la richiesta di sistemi missilistici terra-aria portatili aumenterà da parte della Resistenza. Sarà utile ricordare, aggiungiamo noi, che l’utilizzo dei missili Stinger americani a spalla cambiò le sorti della guerra afgana contro l’Urss.
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