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Hebron: l’autunno record di violenza

Il checkpoint nella città di vecchia di Hebron (Foto di Monica Pelliccia)

di Monica Pelliccia e Alice Pistolesi da Hebron

Era il 3 novembre quando Ahmed Rahbi al-Atrash, un giovane palestinese è stato ucciso da un colono israeliano sulla strada 35 vicino all’ingresso di Ras al Jora, nella città di Hebron, dopo che la sua macchina aveva avuto un guasto meccanico. Fonti mediche hanno riferito che le forze israeliane hanno impedito a un’ambulanza della Società della Mezzaluna Rossa Palestinese di raggiungerlo. Il corpo è stato restituito alla famiglia per la sepoltura il 4 novembre. 

È solo l’ultimo episodio che racconta l’escalation di violenza provocata dall’occupazione israeliana in Cisgiordania. Solo nel mese di ottobre 2025 ci sono stati 264 attacchi dei coloni alla popolazione palestinese, con una media di oltre 8 al giorno, secondo dati Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha). Abusi perpetrati nella totale impunità e che esplode nel periodo di raccolta delle olive, in questo autunno segnato da una violenza record.

“Può capitare – racconta una famiglia di Hebron – di dover dormire in macchina, se tutti i gates vengono chiusi. E non c’è modo di capire perché, né quando potremo passare. Questo ci espone al rischio di violenze e addirittura al rischio di essere uccisi dai coloni”. 

Le colonie illegali israeliane sono in velocissima espansione e sono arrivate a soffocare la città. Ogni insediamento illegale è protetto dai soldati dell’Idf, che sorvegliano, armati fino ai denti, anche le fermate degli autobus poste sulla strada che collega Hebron a Betlemme. Appena fuori della città sorge Kiryat Arba, insediamento illegale alle porte di Hebron, roccaforte ultraortodossa del ministro israeliano della sicurezza Ben Gvir. Lungo le strade che circondano la città i checkpoint e cancelli, che vengono aperti e chiusi ad orari arbitrari dalle forze di occupazione, impediscono la libera mobilità delle persone palestinesi e il loro accesso alle case e alle campagne. Dall’ottobre 2023 ad oggi sono stati installati oltre 800 checkpoint, che rendono la vita impossibile. 

La app usata per monitorare checkpoint e gates (foto di Alice Pistolesi)

Per capire quali sono gli accessi aperti ogni palestinese ha su proprio telefono una app, che segnala da dover poter passare quasi in tempo reale, mentre residenti si scambiano informazioni per aiutarsi negli spostamenti su gruppi whatsapp. L’Atlante delle Guerre e dei Conflitti ha realizzato questo reportage durante il primo viaggio ufficiale della Rete degli enti locali per i diritti del popolo palestinese (organizzato da Arci Firenze e Anpi Firenze dal 2 al 6 novembre), sperimentando cosa significa spostarsi se si è a bordo di una macchina con targa palestinese. 

La città vecchia di Hebron trasuda desolazione. I negozi che animavano il centro sono quasi tutti chiusi e i pochi ancora aperti cercano di intercettare le pochissime persone in visita. La crisi economica parte da lontano, ma si è aggravata dall’ottobre 2023. Dalla seconda intifada (iniziata nel 2000) oltre duemila negozi hanno chiuso, a causa del coprifuoco imposto dall’esercito israeliano, durato tre anni. Altri mille hanno cessato le attività per mancanza di clienti e dal 2023 altri 520 sono stati chiusi per ordine militare. La povertà è la conseguenza più diretta: moltissimi sono diventati venditori di strada, mentre altri tentano di sopravvivere con ogni tipo di lavoro saltuario. 

Una via della città vecchia di Hebron con i negozi chiusi (foto di Monica Pelliccia)

La città vecchia oggi è una città fantasma e sono pochissimi quelli che resistono. Tra questi c’è una piccola libreria, l’Abeer Book Store, che da quattro anni svolge attività culturali per bambini, bambine, adulti e anziani. Tra le più grandi difficoltà di Hebron c’è la presenza dei coloni nella città. Una presenza che non è una novità, ma che nel tempo si è radicalizzata.  “Solo nella old town – ci spiegano – ci sono quattro checkpoint. Le circa 70 famiglie palestinesi che vivono lì devono mostrare il proprio documento per uscire e rientrare in casa. Non possono invitare amici o altri familiari e, ad esempio, possono prendere le bombole di gas per le cucine solo in orari specifici e autorizzati. Le famiglie vivono in gabbia e non possono assentarsi nemmeno per pochi giorni, poiché rischiano di vedere la propria casa espropriata”.

La rete che ‘protegge’ la via del mercato nella città vecchia di Hebron (foto di Monica Pelliccia)

Nello stesso spazio delle 70 famiglie palestinesi vivono oggi circa 800 coloni, mentre sono circa 1500 i soldati impiegati solo in questa area. “L’obiettivo – continuano – è quello di espropriare a sempre più palestinesi, in modo da rendere tutta la città vecchia ebrea”. 

“Hebron è un condensato di problemi generati dall’occupazione,” racconta Asma Al-Sharbati, sindaca vicaria di Hebron, che ha preso il posto da quando il sindaco si trova in detenzione amministrativa nel carcere israeliano di Ofer, diventando la prima donna a ricoprire questo ruolo. “Nonostante ciò vogliamo sottolineare la forza della nostra popolazione che resiste con perseveranza alle difficoltà.” Al-Sharbati è stata intervistata dall’Atlante delle Guerre e dei Conflitti nella municipalità di Hebron, nella cui entrata campeggia una gigantografia del sindaco Tayseer Abu Sneineh, in detenzione amministrativa dal settembre 2025. 

Una struttura con bandiere israeliane nella città vecchia di Hebron (foto di Monica Pelliccia)

La vicaria racconta come l’occupazione renda estremamente problematico fornire i servizi alla cittadinanza come lo smaltimento dei rifiuti, la gestione dell’energia e in particolare i servizi idrici, riducendo al minimo le forniture, impedendo la raccolta di acqua piovana e distruggendo pozzi e cisterne. 

La sera ad Hebron porta con sé altri problemi e pensieri. “Intorno alle 23 scatta l’ora in cui l’esercito israeliano entra nella città per le sue operazioni,” racconta una famiglia di Hebron. “Ogni sera qualcuno viene portato via e arrestato, il più delle volte in detenzione amministrativa, quindi senza nessuna accusa”.

Resistere a tutto questo è sempre più difficile perché anche un semplice post sui social può portare all’arresto. Un gruppo che tenta da anni la via della resistenza pacifica è l’Hebron Defense Committee. “Abbiamo organizzato – racconta uno degli attivisti del movimento –  manifestazioni, sit-in, campi estivi per far vivere ai bambini momenti spensierati in questa vita segnata dalla violenza. Da due anni le attività sono in crisi perché è diventato molto più pericoloso fare qualsiasi cosa”. 

L’attivista, arrestato per sei volte e con una disabilità permanente provocata dalle torture subite, ricorda con nostalgia il fermento vissuto negli anni della prima Intifada (iniziata nel 1987), che definisce “magnifica, un’esplosione di creatività e solidarietà. Qualcosa che oggi, dopo Gaza e le sofferenze che viviamo ogni giorno, sembra lontano anni luce”.

*I nomi di attivisti e attiviste incontrate non sono riportati per garantirne sicurezza e riservatezza. 

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