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L’incerto destino politico del Madagascar

Di Sara Cecchetti

Le strade di Antananarivo, capitale del Madagascar, nell’ultimo mese sono diventate emblema delle manifestazioni giovanili: dal 25 settembre 2025, la cosiddetta “Generazione Z” ha invaso le piazze.  I teschi con cappelli di paglia ripresi da “One Piece”, serie manga giapponese, appaiono sulle bandiere sventolate contro un sistema corrotto. Quella che è cominciata come manifestazione contro i blackout cronici e le carenze idriche si è trasformata in un vero e proprio vortice politico, il cui apice si è raggiunto il 14 ottobre con l’intervento militare che ha rovesciato il presidente AndryRajoelina. Un colpo di stato frutto di un malcontento profondamente radicato nella società, che- pur abitando su una delle isole più ricche di biodiversità al mondo- continua a soccombere sotto una povertà dilagante. 

Tuttavia il punto di non ritorno è stato l’11 ottobre quando anche i soldati del CAPSAT, l’unità d’élite dell’esercito malgascio specializzata in amministrazione e servizi tecnici, si sono uniti ai manifestanti ad Antananarivo. Il colonnello Michael Randrianirina, comandante dell’unità con base a Soanierana, ha ordinato ai colleghi di “rifiutare ordini di sparare” contro i “fratelli e sorelle”.  Nulla valgono le parole di Rajoelina contro quello che definisce un tentativo illegale di presa del potere, così il giorno successivo lascia il Paese verso un luogo rimasto sconosciuto. L’Assemblea Nazionale lo sottopone ad impeachment e il 14 ottobre l’Alta Corte Costituzionale nomina Randrianirina presidente. Siamo di fronte ad una frattura epocale, ma per comprenderlo facciamo un passo indietro. Rajoelina nel 2009 era riuscito a salire al potere proprio grazie a un golpe orchestrato dal CAPSAT; quel colpo, che destituì il presidente Marc Ravalomanana, condusse comunque ad anni di transizione turbolenta con il Madagascar escluso dalla Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe (SADC) fino al 2014. Rajoelina, rieletto nel 2018 e nel 2023 in elezioni boicottate dall’opposizione, promise cambiamenti in termini di infrastrutture, crescita economica e lotta alla corruzione.

Le promesse, però, andarono presto infrante: il PIL pro capite secondo la Banca Mondiale, nel 2024, corrispondeva a 545 dollari, con il 75% della popolazione sotto la soglia di povertà; la corruzione era classificata al 140° posto su 180 nell’ indice di Transparency International. Dunque le proteste non sono nate dal nulla: oltre al limitato accesso all’elettricità che, secondo quanto denunciato dal FIM, può subire blackout fino a otto ore al giorno; la vulnerabilità climatica continua a peggiorare la situazione. Il ciclone Gamane, che il 27 marzo 2024 si era abbattuto nel nord dell’isola, aveva lasciato dietro di sé morti e un numero estremamente elevato di sfollati; non solo, migliaia di ettari di terra erano andati distrutti sotto la pioggia, mettendo a repentaglio la sussistenza di una popolazione in gran parte dedita all’agricoltura. A patirne maggiormente le generazioni più giovani che, di fronte ad un preoccupante tasso di disoccupazione e alla mancanza di prospettive, hanno seguito l’esempio di ondate simili (basti pensare alle vicende del Kenya).

Se la generazione Z è riuscita a coordinare gli eventi iniziali tramite piattaforme social, come Facebook e TikTok, non ha mai avuto – al di là del desiderio di cambiamento e lotta contro un potere corrotto- un piano preciso della direzione da far prendere al Paese e, sebbene Randrianirina abbia già promesso un governo di transizione, il destino dell’isola sembra più incerto che mai.

Immagine: villaggio del Madagascar da Unsplash.com

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